sabato 12 maggio 2018

Morte in due minuti

Il signore in grigio, impiegato comunale. Va al lavoro col suo carico di dolore grigio. Sa che, verso le 11, la moglie lo tradirà, forse nel suo letto, col barista di fronte, un aitante e palestrato quarantenne, con aria gay, che lo saluta con rispetto ipocrita quando passa a prendere il consueto caffè e vorrebbe che fossero almeno amici, visto che lui fotte la sua donna, ma l'altro rimane freddo. Mentre scende le scale ripensa a che ora lo farà, sa che lo farà quasi certamente nel suo letto, sa che non deve parlarne, sa che il figlio deride i valori nei quali egli crede di credere, sa che le sue parole sono buone solo con qualche amico alle soglie come lui della pensione, a commentare le partite e la virilità dei giocatori. Sa che il suo stipendio è tutto quello che interessa la moglie, in piena discesa nell’abisso della donna che sente sfuggirgli la vita e vuole godere il più possibile prima di fare le ragnatele alla fica. Sa che essa pretende, con le buone o le cattive, che siano rispettare certe apparenze di normalità, all’ombra delle quali fare le sue piccole trasgressioni, iniziate assieme ma dalla quale ad un certo punto lei lo ha estromesso, anche come cuckold. Sa che l’espressione della sua gelosia, ultimo residuo di un amore ormai in cenere, viene punita duramente dalla moglie al solo sospetto, quando trova tracce di sperma, di sangue, di merda o di altro, non sa di chi. Pensa che la realtà della sua vita è divenuta tanto noiosa che non sa più che vive a fare, mentre è sulla via del ritorno, dopo una giornata grigia, con largo anticipo sulla fine dell'orario.

Il suo lavoro consiste nel convalidare i dati sanitari degli artisti di strada autorizzati ad esibirsi in piazza. Deve, insomma, verificare che chi ha passato l’esame della commissione per cantare in pubblico, formata da 2 insegnanti in pensione, uno "cattolico", uno "comunista"  e un funzionario comunale, non abbia la tisi, e che non sia “uno stronzo", definizione che non può essere motivo di esclusione per motivi costituzionali, come dice sempre il suo dirigente ammiccando, mormorando a mezza voce che “’gli stronzi sono sempre e solo grane" e facendo capire che avrebbe apprezzato che il nullaosta sanitario fosse loro negato con qualche pretesto. Il Regolamento in materia di Artisti di Strada, che pare scritto da Spinoza in persona, non lo autorizza a farlo. Sta dunque al signore in grigio trovare qualche scusa. I candidati arrivano al pomeriggio, su appuntamento, nel suo ufficio, dove di solito hanno già portato i certificati richiesti. Il signore in grigio verifica tutto. Quando il nulla osta sanitario è concesso, estrae dalla cartellina dell’artista la licenza comunale e vi appone il timbro a due colori del nullaosta sanitario, che il signore in grigio appone ben sapendo che è l’ultimo atto della procedura, prendendo tutto il tempo necessario, con l’artista davanti. Quando il nulla osta sanitario non è concesso I candidati di solito protestano e lui rimane immobile come una pietra, non apre la cartellina, a volte si diverte a fornire scuse chiaramente inventate. Indica perimetri delle aree controllate dove non si possono esibire, in attesa di avere le carte in regola, e li invita ad uscire. All’inizio era stato scrupoloso, poi ebbe una affaire con una suonatrice di chitarra acustica, che un giorno scomparve come era apparsa. La tresca era non stata resa nota da lui stesso, ma era stata risaputa, dato che li avevano visti insieme in un locale in via Nazario Sauro, e gli altri impiegati, compreso il dirigente, avevano fatto qualche battuta, ma niente di più.

Così si era sparsa la voce che il nullaosta era meglio chiederlo prima, e questo gli dà motivo di vedere gli artisti almeno due volte. Qualche volta si becca qualche bella puncicata, specie se ha a che fare con artiste donne. A volte ordina visite di psicologi e altri medici. Con uno di loro, uno psicologo di qualche anno più vecchio di lui, è entrato in confidenza. Erano diventati amici quando avevano revocato il permesso ad un mimo austriaco completamente asociale, che aveva preso a male parole lui e il dirigente e poi aveva fatto tutti i ricorsi possibili, arrivando fino alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, senza ottenere nulla. Il tipico “stronzo”, nel linguaggio dell’ufficio. Con l’andare degli anni inventò modi di approccio più morbidi, con i quali aveva potuto comporre un suo rosario di avventurette che potevano bilanciare almeno nella sua fantasia le sconcezze che la moglie si faceva fare dai suoi drudi. Accadde poi che una delle sue “vittime”, una arpista polacca cui erano rimasti sei denti, lo riconobbe in un ristorante e lo rimproverò pubblicamente della sua condotta usando le parole più volgari che conosceva e delle incomprensibili, ma certo non amichevoli, espressioni in polacco, e tirandogli in faccia le sue mutande sporche che, chissà come, aveva nella borsa. Erano ancora i tempi che scopava la moglie. Erano usciti con una coppia di amici scambisti e, dopo l’interruzione, la serata finì a casa loro, tutti un po’ sopra le righe in seguito all’accaduto. Le donne, toccate ambedue dalla pinguedine, ammanettate fra loro e alla testiera del letto, con addosso redini, collari e altri finimenti di cuoio nero, calze a rete da cui sporgevano grasse vulve rasate a zero, gridavano gli stessi insulti sentiti al ristorante, annusavano come cagne le mutande sporche che sua moglie non aveva mancato di raccogliere da terra e infilare in borsa, si masturbavano fra loro, i cazzi tornavano subito duri e gli orgasmi si succedevano. Il giorno dopo non sfuggì a nessuno, sulla cronaca locale del resto del Carlino, che l’arpista, tre ore dopo, si era impiccata ad un gancio di un trave nel soffitto di una stanza dove un prete le aveva permesso di rifugiarsi. Lui si preoccupò di essere riconosciuto in qualche modo responsabile dell’accaduto, dato che in quella stanza c’erano di sicuro altre sue tracce. Chiese allo psicologo, occasionale compagno di un po’ troppe merende, di inserire una annotazione retrodatata di “anamnesi familiare positiva a disturbo bipolare. Alcuni familiari con tentativi di suicidio, non riscontrabili nel soggetto, senza sintomi” nel suo dossier, come aveva fatto lui altre volte per creare un problema che lo psicologo potesse risolvere, e dargli occasione di intrattenersi a lungo con la persona interessata. In questo modo avevano potuto “fare un favore” all' arpista polacca, che nel tempo libero ricambiava togliendosi le mutande davanti allo psicologo, uomo basso e pelato, con una barba curatissima, pizzicando il suo nervo e traendo qualche rantolo dal quel corpo di sessantenne. I documenti, perfettamente coerenti, vennero acquisiti dagli inquirenti e il caso fu chiuso in tre giorni. Venne un ispettore in borghese a raccogliere gli elementi del caso, acquisì il nullaosta, chiuse la cartellina e rimase per un momento in silenzio. Poi disse col tono di un ordine alle persone presenti, due impiegate: “Favorite lasciarci soli". Quando furono uscite, rimase a guardarlo in silenzio per circa due minuti, prevenendo con un gesto della mano le occhiate interrogative dell’uomo in grigio, come significando che non ci fosse nulla da dire. Poi si alzò, aprì la porta, salutò le segretarie, si voltò a dare una ultima occhiata al signore in grigio, e andò via. Da allora gli antichi compagni si fecero più cauti, preferendo le note squillo a pagamento. L’interesse privato negli atti di ufficio si limitò a mettersi in tasca qualche buona stecca solo quando lo si poteva fare in tutta tranquillità e poi, con altrettanta tranquillità, forse troppa, andarla a regalare alle solite puttane.  La vita era tornata grigia e noiosa.

In ufficio un collega gli permette di imboscarsi dicendo al telefono che è "in riunione”. Gironzolando senza meta si trova coinvolto in un assembramento di gente eccitata. Incuriosito, vuole sapere il motivo e apprende che poco prima c'è stata una rapina. Quattro delinquenti avevano fatto il piano di entrare dalla porta di dietro della grande salumeria Tamburini, in una zona centrale di Bologna. Alcuni pali della famiglia gironzolavano per sorvegliare le vie di fuga e a dare segnali convenzionali di via libera o di pericolo, dato che non si poteva scappare che a piedi nell’isola pedonale. I rapinatori avevano acquistato una pistoletta, ora in libera vendita, di quelle che spruzzano liquido al peperoncino. Il piano era: uno avrebbe spruzzato il liquido urticante ad un cliente qualsiasi, senza che questi se ne accorgesse. Nella confusione seguente altri due avrebbero arraffato il cassetto della cassa, di solito tenuta da una donna, fatto i cinque metri che separano la cassa dalla porta su via Mercerie e sarebbero spariti nella folla, per una delle tre vie di fuga possibili, aiutati dai pali con i loro segnali convenzionali. Ora: due ore prima della chiusura, un quarto d’ora del passaggio del portavalori che ritirava l'incasso. Bottino previsto: 6-7.000 euro, non di più. Si tratta di Rom, del noto clan Zaziki, nomade ma originario della provincia di Cluj, Romania. Su molti di loro la Polizia ha dati incrociati che descrivono attività di furto e ricettazione. Agiscono secondo loro regole precise e non derogabili, di solito in coppia: uno ruba con destrezza, per esempio sugli autobus, l'altro distrae il pubblico o lo copre. I quattro hanno fra i 22 e i 54 anni. Quando arrivano sul luogo della progettata rapina uno solo è armato, di coltello a scatto con una lama lunga cm 18. E' il più anziano, Petri Khron, di 54 anni. Lui ha una figura repellente, con un labbro leporino aggiustato male e una larga voglia viola intorno ad un occhio. La gente per questo, quando lo vede, torna a guardarlo e lui lo sa. Lavora in coppia con Ivo, un nipote, che mentre sugli autobus lui canta e chiede l’elemosina alleggerisce le borse delle signore distratte e impietosite dal mostro. Non sa perché ha portato il coltello. Quando è venuta l’ora di “lavorare” stava mangiando pane e formaggio nella sua vecchia Mercedes bianca, con oltre 300.000 chilometri, e il coltello lo aveva in mano per questo. Se lo è messo in tasca senza pensarci e, quando per strada si è accorto di averlo, ha pensato che sarebbe stato meglio liberarsene, ma anche che poteva essere utile a distrarre chiunque si fosse accorto che i due uomini in camice marrone, che camminano pochi metri più avanti, suo cugino e suo nipote, non sono addetti al trasporto di mortadelle come farebbe pensare l’insegna sulle loro spalle.

Ci fu, però, un imprevisto.  Qualche ora prima il personale di Tamburini aveva sventato il furto di una due piccole mortadelle da 800 grammi, tentato da signora insospettabile, italiana, della categoria cosiddetta dei “nuovi poveri”, sui 40, notata, fermata e perquisita all'uscita. Alta di statura, elegante e un po’ maschile, aveva indossato un reggiseno (indumento che di solito non usava, dato che il suo seno, ben disegnato ma quasi inesistente, non superava la seconda misura, quantunque avesse fatto benissimo il suo lavoro quanto si era trattato di allattare la figlia che ora aveva 4 anni e la aspettava a casa), si era portata le mortadelle in bagno, le aveva montate nelle enormi coppe, aveva rimesso su di esse la stessa maglia di cachemire beige a collo alto, si era guardata allo specchio e si era sorrisa, vedendosi trasformata in quello che si era sorpresa qualche volta a desiderare. Si chiese se non era l’ idea di avere un seno diverso quello che l’aveva spinta in quell’avventura. Si trovò bella, come sempre. Sapeva bene di essere bella. Ne aveva avuto tante prove, tanto che verso i 22 anni aveva cominciato a fare amicizia solo con quelli che trovava indifferenti. Così aveva avuto le sue avventure, vincendo presto il primo premio: un marito brillante, una bella casa, una gravidanza che aveva affrontato con gioia e portato a termine con tutte le cure che aveva potuto immaginare. Si sorrise, chiuse la luce, uscì dalla toilette e si mosse come se niente fosse fra il bancone del self service e il negozio, verso la porta d'uscita. Ma uno dei camerieri, attratto dalla sua bellezza, l’aveva osservata al suo arrivo un po’ più del necessario. Poco dopo l’aveva vista uscire dal bagno con un seno cresciuto di quattro misure, aveva fatto un segnale all’agente della sicurezza in servizio, che si era andato ad appostare fuori dal locale. Una preda così non capita tutti i giorni. Sulle prime, la signora aveva tentato di allontanarsi con alterigia, tanto che la sicurezza aveva ritenuto necessario trattenerla in una colluttazione che tutti i passanti si erano fermati divertiti a guardare e durante la quale la donna era era caduta fra i banchi di ghiaccio della vicina pescheria, dove stata spogliata in pubblico dall’uomo della sicurezza e tre camerieri, e le mortadelle erano venute fuori. Due agenti donne, in divisa, e un ispettore in borghese, chiamati da Tamburini, erano arrivati poco dopo a prelevarla e se ne erano tornati verso il vicino Commissariato. Lei si era messa a piangere per la vergogna passando davanti alla scalinata di San Petronio, la sua chiesa, dove era andata tante volte, e al Comune dove si era sposata sei anni prima, e non aveva più smesso fino al Commissariato. La donna era diventata povera all’improvviso, due mesi prima. Pagare i debiti non era nemmeno pensabile. Tutto era ipotecato, anche il suo conto personale era stato bloccato. Le amicizie fredde e lontane da quando era arrivato il provvedimento di sequestro della attività commerciale, un famoso negozio di trucchi e parrucche in via Santo Stefano. La famiglia era ridotta alla vecchia madre, con la sua pensione che non bastava nemmeno a lei. Il marito scomparso ai Caraibi con il milione di garanzia e la segretaria assunta sei mesi prima e subito diventata sua amante. Tutto in pochi mesi. Il conto in banca era asciutto e la dispensa era finita. Due chili di pasta, qualche scatoletta. Aiuto delle due amiche più strette nelle prime settimane, ma poi si era vergognata di chiedere ancora, anche se di sicuro non lo avrebbero negato, ma ora lei aveva bisogno di gesti spontanei. Sta pensando di trovarsi un amante ricco o, più semplicemente, di prostituirsi, ma ha paura. Lei non ha un carattere forte. Non si è accorta di nulla. La fuga del marito l’ha presa di sorpresa. L’idea di rubare le mortadelle nel locale dove si era fermata a mangiare tante volte le era venuta la mattina, prendendo in mano un reggipetto della madre. In commissariato le diedero dell’acqua da bere, una poliziotta rimase a parlare con lei per una ventina di minuti, le fece un caffè, poi la portarono in una macchina senza insegne né lampeggianti, a casa, un villino in stile liberty all’inizio di via Casaglia, fermandosi ad un supermercato per i rifornimenti di base. Davanti alla porta aspettava una assistente sociale avvertita per telefono dalla Questura. In casa la bambina e la madre non sapevano nulla. L’assistente sociale, esperta, si finse una amica di tempi lontani incontrata per caso e si fermò a preparare la cena. Così il gesto disperato aveva innescato una catena di cure che lei non immaginava neanche che esistesse, dato che non ne aveva mai avuto bisogno prima. 

Nel corso degli accertamenti di rito, circa due ore dopo, l'ispettore era tornato al locale per raccogliere una eventuale denuncia, che era deciso a sconsigliare. Era vicino alla cassa quando una turista russa aveva iniziato a gridare. Il suo occhio addestrato dalle tante nottate passate quando era agente scelto alla stazione, o di servizio allo stadio, aveva subito notato che, mentre tutti guardavano in direzione delle grida, due uomini si toglievano rapidamente il camice marrone, senza fare attenzione alle urla. Li vide girarsi e avviarsi con un movimento veloce e deciso, come due felini, in direzione opposta. Gli diedero perfino il tempo di prepararsi, perché giunti a tre metri dalla cassa si fermarono per dare una occhiata fuori ai pali e scegliere la via di fuga. Padrone di quel gioco di sguardi, che durò sei o sette secondi, gli fu sufficiente estrarre la pistola e bloccarli non appena saltarono sopra il bancone per sopraffare la cassiera che in quel momento credevano distratta e indifesa. In pochi secondi le mani di tutti i camerieri, e anche di qualche cliente presente, li afferravano da qualche parte.

Lo scompiglio era grande. La donna russa, di grande corporatura, sui sessant’anni, fu portata fuori, all’aria aperta, accomodata su una sedia e soccorsa con un asciugamano bagnato e ghiaccio. Intorno alla lapide che ricorda l’opera di carità di Padre Marella si era assemblata una folla che faceva domande e forniva risposte congetturate lì per lì, confondendo i due episodi della mattinata. Il frate, di bruttezza fiabesca, ma da tutti benvoluto, che siede di solito a raccogliere le elemosine sotto di essa, cercava di calmare gli animi e diceva di andare a casa. Tutti parlavano di un tentativo di rapina, qualcuno ripeteva che un extracomunitaria si era messa una mortadella fra le cosce, altri che la donna era stata ustionata e poi stuprata, altri che era la madre di una bambina ebrea rapita. Il signore in grigio, che aveva lasciato l’ufficio per fare la solita spesa alla Coop di piazza Cavour, si era trovato per caso in quell’assembramento. Dato che non gli capitava mai niente di notevole, si mise a fare domande e a ripetere ad altri le risposte. La versione che veniva ripetuta in quel minuto era che dei rom avevano schizzato liquido urticante alla signora russa e cercato di strapparle la collana, ma poi erano stati tutti arrestati.

Non tutti. Petri si era confuso fra il pubblico dentro il locale e si sentiva sicuro, ma il suo aspetto richiamò l’attenzione di un cameriere, che lo guardò con aria interrogativa e disse due parole ad un collega. Petri se ne accorse e uscì in fretta, urtando un terzo cameriere quanto bastava per farlo girare. In strada, tutti erano eccitati ed attenti. Amri, suo nipote, che faceva da palo, gli segnalò con un gesto convenzionale che a destra pareva libero. A sinistra c’era un assembramento attorno ai banchi del pesce. Pochi metri più in là un cameriere gli si mise davanti, con la certezza di avere dietro di sé colleghi pronti ad aiutarlo. Altri uomini lo circondarono e quando lui provò ad aprirsi una via di fuga facendo scattare il meccanismo del coltello a serramanico, e tracciando con la lama un circolo orizzontale, piegato sulle ginocchia, proprio come uno zingaro malvagio rapitore di bambini di qualche fiaba, la folla si ritrasse e si compattò. Correva con la sua faccia da mostro, senza sapere da quale parte fosse meglio fuggire. All’altezza della galleria del Leone un cameriere gli tirò addosso una sedia, ne arrivarono altre due da due parti diverse. Petri e l suo coltello scomparvero sotto un telo di plastica lanciato con destrezza da uno facchino che stava scaricando un camion. La folla eccitata si fece avanti e cominciò all’improvviso il pestaggio. Il signore in grigio, che per caso era finito a tre metri da Petri, si trovò sospinto nella calca che voleva raggiungerlo. Ci saranno state una trentina di persone, quasi tutti maschi, tutti volti verso Petri, tutti eccitati e aggressivi. Improvvisamente il signore in grigio sentì anche lui invaso dalla elettrizzante follia della calca, nuotando in essa a forza di gomiti. Qualche donna curiosa cercava di incunearsi fra le schiene e vedere qualcosa, mentre più avanti si avvertivano movimenti bruschi, colpi, urla. La maggior parte delle donne presenti si erano allontanate e formavano dei capannelli che non perdevano di vista la folla, che aveva un movimento di marea, anche se nessuno capiva bene cosa stesse succedendo. C’erano grida di smetterla, strattoni di una forza panica diversa dalla curiosità che aveva spinto l’uomo in grigio a farsi coinvolgere. 

Due minuti dopo una coppia di agenti di Polizia accorsi in fretta in divisa intervennero, si fecero strada con la necessaria decisione e portarono via di peso Petri sanguinante. Qualcuno gli aveva dato uno schiaffo, qualcuno lo aveva fatto cadere a terra, qualcuno gli aveva tirato un calcio nella pancia, qualcuno gli aveva rotto tre denti dandogli un calcio in faccia. Questo quarto qualcuno era l’uomo in grigio. Nel farlo, si era sentito bene. Sentì o pensò di sentire che i presenti lo approvavano e che gente del genere andava eliminata dalla faccia della terra. Che avrebbe dovuto dargliene due, di calci, e rompergleli tutti, i denti. Andò, tremante, all’osteria a farsi un bicchiere di pignoletto, e poi si avviò verso casa. Petri, col fegato spaccato, morì nove giorni dopo all’ospedale di S.Orsola.

lunedì 10 marzo 2014

Incontro sul Bosforo

Nel tempo che l'Europa era ubriaca d'odio e di militarismo e intenta insanamente ad autodistruggersi, fu la giovanissima, anzi appena nata, Turchia ad accoglierne e salvare una delle parti migliori. Il padre della Turchia moderna, Ataturk, aveva molto a cuore l'educazione e coglieva ogni occasione per sottolinearne l'importanza, anche con l' esempio personale, facendosi fotografare seduto fra i banchi come uno studente. Una prima idea dell'Europa la troviamo dunque proprio in lui, Ataturk, quale modello dell' intenso programma di riforme che modernizzò l'impero Ottomano. Modello ben scelto e perfettamente distinto dalla follia che, non solo negli anni del nazismo, ma anche nei cinque secoli precedenti, aveva acceso roghi di libri e persone, e perseguitato gli studiosi. E' questo intenso lavoro che ci permette oggi di guardare alla sponda orientale del Mediterraneo con relativa sicurezza. Siamo sicuri di non avere nulla da imparare?

Una crudele campagna, iniziata in Germania nell'aprile del 1933 pretendeva di spossessare gli ebrei perfino della loro lingua madre. "Der Jude kann nur judisch denken" (l'ebreo può pensare solo in ebraico) si argomentava con feroce ignoranza. La loro "lingua madre" non era quella che parlavano da bambini, ma quella del loro testo sacro. Dunque essi andavano considerati estranei alla cultura tedesca e le opere che scrivevano erano in realtà delle traduzioni dall'ebraico. Un vigliacco bizantinismo che sembrava fatto apposta per perseguitare i filologi e una mediocre astuzia per non fare i conti coi contenuti. Ricorda Fritz Neumarkt (economista, poi rettore dell'università di Francoforte): "Vidi con profondo stupore, sulla lavagna, una nota della Unione degli Studenti Nazionalsocialisti, che diceva che d'ora in avanti tutte le pubblicazioni dei professori ebrei sarebbero state considerate "traduzioni dall'ebraico" (un linguaggio che io non conoscevo). Questa diffamazione di uomini che non avevano mai considerato altro che il tedesco come la propria lingua madre, e l'avevano amata, mi mostrò finalmente che non era più possibile per me lavorare in una università che continuava a portare il nome di "Johann Wolfgang von Goethe" per salvare le apparenze". Se si pensa che la parola "Ubersetzung" vale in tedesco, nella forma intransitiva, "trasferimento", si può cogliere il sinistro presagio che essa conteneva, oltre che per gli intellettuali, per le persone comuni.

Nel luglio dello stesso anno, mentre venivano chiuse agli ebrei le porte delle università tedesche, rendendo così accessibile una bella quantità di posti a conformisti meno dotati, a Istanbul il professor Albert Malche, pedagogista di Ginevra in contatto con la "Società di soccorso per gli studiosi tedeschi all'estero", creata tempestivamente in marzo dal prof. Philipp Schwartz, stringeva la mano del giovane ministro dell'educazione Resit Galip. Col supporto del ministro della Sanità Refik Saydam, passò la riforma del Dar-Ül Fünun (casa del sapere), istituzione educativa ereditata dall'impero Ottomano. Nacque così l'Università Statale di Istanbul, dove fu accolto un gruppo di circa 130 intellettuali, alcuni di statura enorme. Giova ricordare fra gli altri: Fritz Neumarkt, Ernst Reuter (urbanista, poi sindaco di Berlino), Georg Rohde (filologo classico), Rudolph Nissen (medico), Rudolph Belling (scultore "degenerato", nominato personalmente da Ataturk alla cattedra di scultura), Alexander Rüstow (sociologo), Wilhelm Röpke (economista), Paul Hindemith (compositore), Carl Ebert (produttore teatrale), Leo Spitzer (filologo) ed Erich Auerbach.

A Istanbul, per i nostri studiosi, il "trasferimento" era quello, tutto sommato piacevole, in vaporetto, dalla sponda orientale, dove risiedevano a quella europea del Bosforo, dove si trovava l'università. Costretto, come lui stesso racconta, a trovare l'universale nel particolare anche dalla mancanza di biblioteche, Auerbach si arrangiava come poteva. Chiese libri al nunzio apostolico, un italiano con un gran naso, del quale si sapeva non ci pensava due volte quando si trattava di aiutare la gente in quegli anni difficili. E così, nella Istanbul di Ataturk, fu Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa, ad aprire le porte della sua biblioteca al grandissimo studioso ebreo. Che scrisse in quegli anni un libro e un poderoso monumento alla civiltà occidentale: Mimesis.

Le opere di Auerbach non sono molte, alcune ricavate da appunti o pubblicate postume. Ma tutte costituiscono pilastri sui quali si sono formate generazioni di critici, di accademici e, cosa rara, di scrittori. Tanto ferma è la presa del filologo tedesco sui testi che egli non cede, come accade spesso nella critica di marca francese, alla tentazione di imitarli o di competere con loro. Le pagine che descrivono la "gigantesca figura morale di Farinata" e quella, più impulsiva, di Cavalcante, tolgono il fiato. Esse illuminano insieme l'epoca storica e in essa, con germanica precisione, fin negli accenti e nelle virgole, lo straordinario vigore creativo di Dante. E' verso gli autori che tratta, non su sé stesso, che il generoso Auerbach indirizza il gesto mimetico del suo lettore.

Altrettanto sicura è l'idea di Europa, costruita attorno allo sviluppo delle lingue romanze, con un riconoscimento esplicito del loro primato su quella tedesca -certo non conformista in patria. Il lettore si trova di fronte la concreta realtà del lavoro poetico: dall'analisi del commovente passaggio dell'Odissea, quando la vecchia schiava riconosce il suo signore dall' antica ferita di caccia, alle ultime pagine, dove si legge che "fu la storia di Cristo, con la sua spergiudicata mescolanza di realtà quotidiana e d'altissima e sublime tragedia, a sopraffare le antiche leggi stilistiche". Niente meno di questo è il "realismo nella letteratura occidentale", come recita il sottotitolo dell'opera, che arriva a Virginia Woolf.

L'esperienza degli anni '40 a Istanbul è inoltre da studiare per le riflessioni che essa indusse, in alcuni dei maggiori pensatori europei, sul problema della traduzione, presente a tutti i livelli e in tutte le discipline: non certo nei termini falsi e persecutori già menzionati, ma in quelli positivi e problematici della riformulazione di un sapere e di un metodo in un contesto in trasformazione. Assieme a Georg Rohde, il ministro Yücel, lui stesso studioso di linguistica comparata, si accinse all'opera, ciclopica, della traduzione della letteratura europea in un turco appena nato e non ancora linguisticamente consolidato. Fu inventato, infatti, anche l'alfabeto.

Auerbach fu accolto poi negli USA, dove ha insegnato anche Edward Said, probabilmente il più noto intellettuale palestinese, scomparso l'anno scorso. Questi ha scritto l' introduzione all'edizione del cinquantenario, dove si sofferma sulle circostanze di esilio e di spaesamento dello studioso. Le considerazioni di Said illuminano anche il destino dell'autore che Auerbach, e con lui tutta la grande tradizione storiografico-filologica tedesca indicava come il suo punto di partenza: Giovan Battista Vico: isolato in vita, studiatissimo all'estero e quasi ignorato in patria per due secoli. Said coglie l'occasione per tracciare un profilo dell'intellettuale come figura di confine, mai veramente a casa: "Mimesis non è soltanto una riaffermazione della tradizione occidentale, ma anche una manifestazione di alienazione da essa".

Non c'è bisogno di sottolineare l'attualità del problema posto. In una Europa che vede disfarsi rapidamente le identità storiche di cui è composta e non riesce a darsene un'altra con la stessa rapidità, lo spaesamento è la situazione abituale e la capacità di pensare e risolvere per insiemi complessi diventa condizione di sopravvivenza. L'intellettuale spaesato è, per definizione e necessità, non conformista, anche perché non ha niente a cui conformarsi.

Insomma, se per l'Europa è decisivo che la Germania superi finalmente il cliché sanguinario del nazismo, meccanicamente ribattuto dai mezzi di comunicazione di massa, senza certo dimenticare gli orrori, ma anche senza perdere -o limitando al minimo le perdite- ciò che il pensiero tedesco moderno ha significato di progressivo e fecondo, la Istanbul degli anni '30 e '40 è un luogo di memoria obbligato, che qui segnaliamo a dispetto dei pregiudizi. Quando l'inarrestabile Wehrmacht arrivò a 100 chilometri da Istanbul e l'ambasciatore Franz Von Papen revocò i passaporti, i turchi difesero i loro ospiti a muso duro e offrirono loro la nazionalità turca.

Basta e avanza, comunque, una realizzazione come Mimesis, quasi una carta d'identità culturale dell'Europa, per dare alla Turchia dignità d'interlocutore da non umiliare con rozze semplificazioni, come tutte quelle che si riducono ad un semplice "si o no al suo ingresso" in Europa. L'avvicinamento della Turchia all'Europa moderna fu iniziato dagli Ottomani e prese slancio con Ataturk. E' un fatto rilevantissimo e complesso. Di fronte alla lunga vicenda dei complessi rapporti con la sponda orientale del mediterraneo, il "no" è sciocco e impossibile da pronunciare: in Turchia è stata combattuta la guerra di Troia e ha predicato S. Paolo. Nel "no" è tutto il rischio del conformismo, che nel "sì" invece è assente. Ma il "sì" comporta un impegno in un dialogo di lungo e profondo respiro al quale, probabilmente, molti sono semplicemente impreparati.

Difficilmente i trattati possono esaurire le questioni poste da un rapporto al quale è ingiusto e miope imporre pregiudiziali e che è in sé stesso un bene, ma possono certo complicarle in maniera irragionevole. Il "sì" alla Turchia comporta infatti, altrove, un importantissimo "no". Miope nel merito e nel metodo, è stata la lunga, e con ogni probabilità non conclusa, diatriba, propriamente bizantina anche nelle forme, sull' inserimento di riferimenti alle radici cristiane nella costituzione. Piaccia o no, il cristianesimo è nella storia d'Europa, assieme a molte altre cose. Ma La Costituzione non è niente di più e niente di meno che il testo base di riferimento per l'attività legislativa. Scrittura importantissima, ma con finalità e, anche'essa, limiti giuridici precisi. La redazione di quel documento non è il luogo di esami di coscienza eteroimposti, ma della fondazione chiara e distinta delle regole e dei limiti da rispettare nella civile convivenza. Il cristianesimo e la scrittura su cui si fonda sono al di fuori e oltre questi limiti. Volerceli costringere è una manifestazione di ignoranza della natura di almeno una delle due scritture, che non può che complicare il lavoro di chi poi si troverà a dover gestire quei rapporti, stilando trattati e accordi che dovranno avere, anch'essi, precisi limiti giuridici. Ma al di là di questo, che è un discorso in definitiva tecnico, Cesare era, notoriamente, "marito di tutte le mogli". La compromissione in un trattato politico non può portare nessun buon frutto nemmeno allo stesso cristianesimo, il cui messaggio fu inchiodato ai beni materiali proprio a Bisanzio, dalla donazione di Costantino, e si levò in volo tutte le volte che seppe staccarsene.

Le prospettive di un rapporto dell'Europa con la Turchia sono soltanto un esempio di quanto sia stata saggia la resistenza, che ha visto Giorgio La Malfa in prima fila, all'inserimento nella Costituzione dei famosi riferimenti alle "radici cristiane". Questo non vuole affatto dire negarle ma, al contrario, conoscerle. Sarebbe stato suicida costringere i negoziatori dell'Europa a fare gli apostoli, rendendoli così -fra l'altro- non rappresentativi dell'intera comunità a nome della quale essi devono parlare. Sarà in definitiva la Costituzione a preservarci da leggi infami come quella nazista, ricordata qui sopra, che confondendo sacro e profano spense nella volgarità lo spirito straordinario della Germania dell'Ottocento. Insomma, l'abbiamo scampata bella.

La percezione diretta del movimento, che lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha messo in primo piano, impone un modo collettivo di riflettere e di prendere decisioni a livelli di complessità crescente. E' un brutto segno tentare di farne a meno, imbrancandosi in gruppi per i quali l'unione è un fine e non un mezzo (prima ci si unisce e poi si fa il programma?) e il conformismo l'unica forza coesiva. Oppure quando alle contraddizioni che puntuali arrivano dalla realtà in tumultuosa trasformazione i responsabili propongono di applicare impiastri a base di bizantinismo. Le espressioni migliori del pensiero contemporaeo non soffrono le etichettature con le quali il conformismo scherma la sua pigrizia a prendere atto di un divenire storico che si fa sempre più rapido, complesso e convulso. Il nome di Auerbach viene citato nell'ultimo libro di uno dei più stimolanti autori contemporanei, un altro spaesato, il franco-americano René Girard, che presenteremo al paziente lettore della Voce in un altro articolo.

©Francesco Sforza
mc9628@mclink.it

P.S. Nello scrivere questo articolo ho fatto largo uso del saggio di Azade Seyhan (Univ. di Whashington), German Academic Exiles in Istanbul.

martedì 18 febbraio 2014

I modelli italiani

Siamo noi a dover fornire i modelli. L'Italia fa questo in Europa da sempre, nel bene e nel male. Altrimenti va a finire che facciamo brutte copie delle imitazioni di noi stessi fatte da altri. Il peggior modello imitativo possibile, masticare il vomito del cane di un altro che ha mangiato i tuoi figli. Altro che Seneca.

Se facciamo questo, allora possiamo riconoscere e usare le migliori espressioni del pensiero di altri insiemi; se cerchiamo di imitare e basta, prendiamo il peggio, perché partiamo dal peggio di noi stessi.

Dalla Francia c'è per esempio da prendere una organizzazione rigorosa del pensiero storico, non i vuoti virtuosismi dei maitres-á-penser. Ricordando Vico per la prima e i sopranisti castrati italiani per i secondi.

Dalla Germania l'efficacia organizzativa e la disciplina, tenendo presente che esse hanno pesanti implicazioni negative. Ricordando che la pedagogia prussiana, quella che accorciava i letti dei soldati in modo che fosse possibile al caporale svegliarli tutti con una unica frustata nei piedi è, alla lontana, un prodotto del Concilio di Trento.

Dall' Inghilterra, ovviamente, l'empirismo critico. Senza dimenticare Galileo ne il motto "ostinato rigore" di Leonardo da Vinci.


Michelangelo e Dante

Quando gli chiesero di scrivere un sonetto in memoria dell'altissimo poeta, l'altissimo pittore si schermì: "Messere, voi mi chiedete quel che non ho". E parlava di invidia in senso dantesco. Consapevole come nessuno del proprio valore, tanto da rispondere duramente, quasi villano, alle osservazioni del papa in persona dalle impalcature della Sistina, considerava di cattivo gusto scimmiottarlo, con la scusa di celebrarlo. Attento lettore delle Scritture, mostrava di aver capito a fondo il passaggio evangelico nel quale Gesù, raramente duro, pronuncia la famosa requisitoria dei "sepolcri imbiancati", contro l'ipocrisia dei farisei.

Piuttosto credo che sia suo un verso comunemente attribuito al Berni, un endecasillabo (come quelli della Commedia) che pare una martellata, dato in risposta ad un gruppo di amici che si dilettavano di letteratura, gli chiedeva perché Dante fosse da considerare , come ripeteva spesso, il poeta più grande:

"Ei dice cose, e voi dite parole"

giovedì 13 febbraio 2014

Costituzione

La larga maggioranza non sa neanche cos'è, la Costituzione. Se lo sapesse, le istituzioni di garanzia, per prima la Presidenza della Repubblica, farebbero il loro dovere. Ma sulle pareti degli uffici pubblici non c'è il testo costituzionale, ma il capoccione del presidente, un fantastico residuo di monarchia; ma nessuno se ne accorge. È un falso in atto pubblico, perché i re si possono decapitare, i presidenti no (ricacciano). E le Costituzioni sono lingua, hai voglia a ghigliottinare.

martedì 14 gennaio 2014

Dire l'inesistenza di Dio si può solo tacendo.
L'idea di un "Ministero della creatività" può sembrare foriera di consensi, perché ne porta di "appariscenti": quelli dei soliti provinciali che vogliono la botte piena del posto fisso e la moglie ubriaca del fare solo ed esclusivamente gli affari propri, magari assieme ad un piccolo gruppo di conoscenti locali, che scimmiottano il vero pubblico ma non lo sono. Costoro, e soprattutto i piccoli gruppi di conoscenti, sono i piu feroci persecutori dei veri artisti.

Siamo noi a dover fornire i modelli. L'Italia fa questo in Europa da sempre, nel bene e nel male. Altrimenti va a finire che facciamo brutte copie delle imitazioni di noi stessi fatte da altri. Il peggior modello imitativo possibile, masticare il vomito del cane che ha mangiato i tuoi figli.

Possiamo riconoscere e usare le migliori espressioni del pensiero di altri insiemi. Cerchiamo di imitare e basta. Dalla Francia c'è per esempio da prendere una organizzazione rigorosa del pensiero scientifico, non la prosopopea orgogliosa dei maitres-á-penser.