sabato 12 maggio 2018

Morte in due minuti

Il signore in grigio, impiegato comunale. Va al lavoro col suo carico di dolore grigio. Sa che, verso le 11, la moglie lo tradirà, forse nel suo letto, col barista di fronte, un aitante e palestrato quarantenne, con aria gay, che lo saluta con rispetto ipocrita quando passa a prendere il consueto caffè e vorrebbe che fossero almeno amici, visto che lui fotte la sua donna, ma l'altro rimane freddo. Mentre scende le scale ripensa a che ora lo farà, sa che lo farà quasi certamente nel suo letto, sa che non deve parlarne, sa che il figlio deride i valori nei quali egli crede di credere, sa che le sue parole sono buone solo con qualche amico alle soglie come lui della pensione, a commentare le partite e la virilità dei giocatori. Sa che il suo stipendio è tutto quello che interessa la moglie, in piena discesa nell’abisso della donna che sente sfuggirgli la vita e vuole godere il più possibile prima di fare le ragnatele alla fica. Sa che essa pretende, con le buone o le cattive, che siano rispettare certe apparenze di normalità, all’ombra delle quali fare le sue piccole trasgressioni, iniziate assieme ma dalla quale ad un certo punto lei lo ha estromesso, anche come cuckold. Sa che l’espressione della sua gelosia, ultimo residuo di un amore ormai in cenere, viene punita duramente dalla moglie al solo sospetto, quando trova tracce di sperma, di sangue, di merda o di altro, non sa di chi. Pensa che la realtà della sua vita è divenuta tanto noiosa che non sa più che vive a fare, mentre è sulla via del ritorno, dopo una giornata grigia, con largo anticipo sulla fine dell'orario.

Il suo lavoro consiste nel convalidare i dati sanitari degli artisti di strada autorizzati ad esibirsi in piazza. Deve, insomma, verificare che chi ha passato l’esame della commissione per cantare in pubblico, formata da 2 insegnanti in pensione, uno "cattolico", uno "comunista"  e un funzionario comunale, non abbia la tisi, e che non sia “uno stronzo", definizione che non può essere motivo di esclusione per motivi costituzionali, come dice sempre il suo dirigente ammiccando, mormorando a mezza voce che “’gli stronzi sono sempre e solo grane" e facendo capire che avrebbe apprezzato che il nullaosta sanitario fosse loro negato con qualche pretesto. Il Regolamento in materia di Artisti di Strada, che pare scritto da Spinoza in persona, non lo autorizza a farlo. Sta dunque al signore in grigio trovare qualche scusa. I candidati arrivano al pomeriggio, su appuntamento, nel suo ufficio, dove di solito hanno già portato i certificati richiesti. Il signore in grigio verifica tutto. Quando il nulla osta sanitario è concesso, estrae dalla cartellina dell’artista la licenza comunale e vi appone il timbro a due colori del nullaosta sanitario, che il signore in grigio appone ben sapendo che è l’ultimo atto della procedura, prendendo tutto il tempo necessario, con l’artista davanti. Quando il nulla osta sanitario non è concesso I candidati di solito protestano e lui rimane immobile come una pietra, non apre la cartellina, a volte si diverte a fornire scuse chiaramente inventate. Indica perimetri delle aree controllate dove non si possono esibire, in attesa di avere le carte in regola, e li invita ad uscire. All’inizio era stato scrupoloso, poi ebbe una affaire con una suonatrice di chitarra acustica, che un giorno scomparve come era apparsa. La tresca era non stata resa nota da lui stesso, ma era stata risaputa, dato che li avevano visti insieme in un locale in via Nazario Sauro, e gli altri impiegati, compreso il dirigente, avevano fatto qualche battuta, ma niente di più.

Così si era sparsa la voce che il nullaosta era meglio chiederlo prima, e questo gli dà motivo di vedere gli artisti almeno due volte. Qualche volta si becca qualche bella puncicata, specie se ha a che fare con artiste donne. A volte ordina visite di psicologi e altri medici. Con uno di loro, uno psicologo di qualche anno più vecchio di lui, è entrato in confidenza. Erano diventati amici quando avevano revocato il permesso ad un mimo austriaco completamente asociale, che aveva preso a male parole lui e il dirigente e poi aveva fatto tutti i ricorsi possibili, arrivando fino alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, senza ottenere nulla. Il tipico “stronzo”, nel linguaggio dell’ufficio. Con l’andare degli anni inventò modi di approccio più morbidi, con i quali aveva potuto comporre un suo rosario di avventurette che potevano bilanciare almeno nella sua fantasia le sconcezze che la moglie si faceva fare dai suoi drudi. Accadde poi che una delle sue “vittime”, una arpista polacca cui erano rimasti sei denti, lo riconobbe in un ristorante e lo rimproverò pubblicamente della sua condotta usando le parole più volgari che conosceva e delle incomprensibili, ma certo non amichevoli, espressioni in polacco, e tirandogli in faccia le sue mutande sporche che, chissà come, aveva nella borsa. Erano ancora i tempi che scopava la moglie. Erano usciti con una coppia di amici scambisti e, dopo l’interruzione, la serata finì a casa loro, tutti un po’ sopra le righe in seguito all’accaduto. Le donne, toccate ambedue dalla pinguedine, ammanettate fra loro e alla testiera del letto, con addosso redini, collari e altri finimenti di cuoio nero, calze a rete da cui sporgevano grasse vulve rasate a zero, gridavano gli stessi insulti sentiti al ristorante, annusavano come cagne le mutande sporche che sua moglie non aveva mancato di raccogliere da terra e infilare in borsa, si masturbavano fra loro, i cazzi tornavano subito duri e gli orgasmi si succedevano. Il giorno dopo non sfuggì a nessuno, sulla cronaca locale del resto del Carlino, che l’arpista, tre ore dopo, si era impiccata ad un gancio di un trave nel soffitto di una stanza dove un prete le aveva permesso di rifugiarsi. Lui si preoccupò di essere riconosciuto in qualche modo responsabile dell’accaduto, dato che in quella stanza c’erano di sicuro altre sue tracce. Chiese allo psicologo, occasionale compagno di un po’ troppe merende, di inserire una annotazione retrodatata di “anamnesi familiare positiva a disturbo bipolare. Alcuni familiari con tentativi di suicidio, non riscontrabili nel soggetto, senza sintomi” nel suo dossier, come aveva fatto lui altre volte per creare un problema che lo psicologo potesse risolvere, e dargli occasione di intrattenersi a lungo con la persona interessata. In questo modo avevano potuto “fare un favore” all' arpista polacca, che nel tempo libero ricambiava togliendosi le mutande davanti allo psicologo, uomo basso e pelato, con una barba curatissima, pizzicando il suo nervo e traendo qualche rantolo dal quel corpo di sessantenne. I documenti, perfettamente coerenti, vennero acquisiti dagli inquirenti e il caso fu chiuso in tre giorni. Venne un ispettore in borghese a raccogliere gli elementi del caso, acquisì il nullaosta, chiuse la cartellina e rimase per un momento in silenzio. Poi disse col tono di un ordine alle persone presenti, due impiegate: “Favorite lasciarci soli". Quando furono uscite, rimase a guardarlo in silenzio per circa due minuti, prevenendo con un gesto della mano le occhiate interrogative dell’uomo in grigio, come significando che non ci fosse nulla da dire. Poi si alzò, aprì la porta, salutò le segretarie, si voltò a dare una ultima occhiata al signore in grigio, e andò via. Da allora gli antichi compagni si fecero più cauti, preferendo le note squillo a pagamento. L’interesse privato negli atti di ufficio si limitò a mettersi in tasca qualche buona stecca solo quando lo si poteva fare in tutta tranquillità e poi, con altrettanta tranquillità, forse troppa, andarla a regalare alle solite puttane.  La vita era tornata grigia e noiosa.

In ufficio un collega gli permette di imboscarsi dicendo al telefono che è "in riunione”. Gironzolando senza meta si trova coinvolto in un assembramento di gente eccitata. Incuriosito, vuole sapere il motivo e apprende che poco prima c'è stata una rapina. Quattro delinquenti avevano fatto il piano di entrare dalla porta di dietro della grande salumeria Tamburini, in una zona centrale di Bologna. Alcuni pali della famiglia gironzolavano per sorvegliare le vie di fuga e a dare segnali convenzionali di via libera o di pericolo, dato che non si poteva scappare che a piedi nell’isola pedonale. I rapinatori avevano acquistato una pistoletta, ora in libera vendita, di quelle che spruzzano liquido al peperoncino. Il piano era: uno avrebbe spruzzato il liquido urticante ad un cliente qualsiasi, senza che questi se ne accorgesse. Nella confusione seguente altri due avrebbero arraffato il cassetto della cassa, di solito tenuta da una donna, fatto i cinque metri che separano la cassa dalla porta su via Mercerie e sarebbero spariti nella folla, per una delle tre vie di fuga possibili, aiutati dai pali con i loro segnali convenzionali. Ora: due ore prima della chiusura, un quarto d’ora del passaggio del portavalori che ritirava l'incasso. Bottino previsto: 6-7.000 euro, non di più. Si tratta di Rom, del noto clan Zaziki, nomade ma originario della provincia di Cluj, Romania. Su molti di loro la Polizia ha dati incrociati che descrivono attività di furto e ricettazione. Agiscono secondo loro regole precise e non derogabili, di solito in coppia: uno ruba con destrezza, per esempio sugli autobus, l'altro distrae il pubblico o lo copre. I quattro hanno fra i 22 e i 54 anni. Quando arrivano sul luogo della progettata rapina uno solo è armato, di coltello a scatto con una lama lunga cm 18. E' il più anziano, Petri Khron, di 54 anni. Lui ha una figura repellente, con un labbro leporino aggiustato male e una larga voglia viola intorno ad un occhio. La gente per questo, quando lo vede, torna a guardarlo e lui lo sa. Lavora in coppia con Ivo, un nipote, che mentre sugli autobus lui canta e chiede l’elemosina alleggerisce le borse delle signore distratte e impietosite dal mostro. Non sa perché ha portato il coltello. Quando è venuta l’ora di “lavorare” stava mangiando pane e formaggio nella sua vecchia Mercedes bianca, con oltre 300.000 chilometri, e il coltello lo aveva in mano per questo. Se lo è messo in tasca senza pensarci e, quando per strada si è accorto di averlo, ha pensato che sarebbe stato meglio liberarsene, ma anche che poteva essere utile a distrarre chiunque si fosse accorto che i due uomini in camice marrone, che camminano pochi metri più avanti, suo cugino e suo nipote, non sono addetti al trasporto di mortadelle come farebbe pensare l’insegna sulle loro spalle.

Ci fu, però, un imprevisto.  Qualche ora prima il personale di Tamburini aveva sventato il furto di una due piccole mortadelle da 800 grammi, tentato da signora insospettabile, italiana, della categoria cosiddetta dei “nuovi poveri”, sui 40, notata, fermata e perquisita all'uscita. Alta di statura, elegante e un po’ maschile, aveva indossato un reggiseno (indumento che di solito non usava, dato che il suo seno, ben disegnato ma quasi inesistente, non superava la seconda misura, quantunque avesse fatto benissimo il suo lavoro quanto si era trattato di allattare la figlia che ora aveva 4 anni e la aspettava a casa), si era portata le mortadelle in bagno, le aveva montate nelle enormi coppe, aveva rimesso su di esse la stessa maglia di cachemire beige a collo alto, si era guardata allo specchio e si era sorrisa, vedendosi trasformata in quello che si era sorpresa qualche volta a desiderare. Si chiese se non era l’ idea di avere un seno diverso quello che l’aveva spinta in quell’avventura. Si trovò bella, come sempre. Sapeva bene di essere bella. Ne aveva avuto tante prove, tanto che verso i 22 anni aveva cominciato a fare amicizia solo con quelli che trovava indifferenti. Così aveva avuto le sue avventure, vincendo presto il primo premio: un marito brillante, una bella casa, una gravidanza che aveva affrontato con gioia e portato a termine con tutte le cure che aveva potuto immaginare. Si sorrise, chiuse la luce, uscì dalla toilette e si mosse come se niente fosse fra il bancone del self service e il negozio, verso la porta d'uscita. Ma uno dei camerieri, attratto dalla sua bellezza, l’aveva osservata al suo arrivo un po’ più del necessario. Poco dopo l’aveva vista uscire dal bagno con un seno cresciuto di quattro misure, aveva fatto un segnale all’agente della sicurezza in servizio, che si era andato ad appostare fuori dal locale. Una preda così non capita tutti i giorni. Sulle prime, la signora aveva tentato di allontanarsi con alterigia, tanto che la sicurezza aveva ritenuto necessario trattenerla in una colluttazione che tutti i passanti si erano fermati divertiti a guardare e durante la quale la donna era era caduta fra i banchi di ghiaccio della vicina pescheria, dove stata spogliata in pubblico dall’uomo della sicurezza e tre camerieri, e le mortadelle erano venute fuori. Due agenti donne, in divisa, e un ispettore in borghese, chiamati da Tamburini, erano arrivati poco dopo a prelevarla e se ne erano tornati verso il vicino Commissariato. Lei si era messa a piangere per la vergogna passando davanti alla scalinata di San Petronio, la sua chiesa, dove era andata tante volte, e al Comune dove si era sposata sei anni prima, e non aveva più smesso fino al Commissariato. La donna era diventata povera all’improvviso, due mesi prima. Pagare i debiti non era nemmeno pensabile. Tutto era ipotecato, anche il suo conto personale era stato bloccato. Le amicizie fredde e lontane da quando era arrivato il provvedimento di sequestro della attività commerciale, un famoso negozio di trucchi e parrucche in via Santo Stefano. La famiglia era ridotta alla vecchia madre, con la sua pensione che non bastava nemmeno a lei. Il marito scomparso ai Caraibi con il milione di garanzia e la segretaria assunta sei mesi prima e subito diventata sua amante. Tutto in pochi mesi. Il conto in banca era asciutto e la dispensa era finita. Due chili di pasta, qualche scatoletta. Aiuto delle due amiche più strette nelle prime settimane, ma poi si era vergognata di chiedere ancora, anche se di sicuro non lo avrebbero negato, ma ora lei aveva bisogno di gesti spontanei. Sta pensando di trovarsi un amante ricco o, più semplicemente, di prostituirsi, ma ha paura. Lei non ha un carattere forte. Non si è accorta di nulla. La fuga del marito l’ha presa di sorpresa. L’idea di rubare le mortadelle nel locale dove si era fermata a mangiare tante volte le era venuta la mattina, prendendo in mano un reggipetto della madre. In commissariato le diedero dell’acqua da bere, una poliziotta rimase a parlare con lei per una ventina di minuti, le fece un caffè, poi la portarono in una macchina senza insegne né lampeggianti, a casa, un villino in stile liberty all’inizio di via Casaglia, fermandosi ad un supermercato per i rifornimenti di base. Davanti alla porta aspettava una assistente sociale avvertita per telefono dalla Questura. In casa la bambina e la madre non sapevano nulla. L’assistente sociale, esperta, si finse una amica di tempi lontani incontrata per caso e si fermò a preparare la cena. Così il gesto disperato aveva innescato una catena di cure che lei non immaginava neanche che esistesse, dato che non ne aveva mai avuto bisogno prima. 

Nel corso degli accertamenti di rito, circa due ore dopo, l'ispettore era tornato al locale per raccogliere una eventuale denuncia, che era deciso a sconsigliare. Era vicino alla cassa quando una turista russa aveva iniziato a gridare. Il suo occhio addestrato dalle tante nottate passate quando era agente scelto alla stazione, o di servizio allo stadio, aveva subito notato che, mentre tutti guardavano in direzione delle grida, due uomini si toglievano rapidamente il camice marrone, senza fare attenzione alle urla. Li vide girarsi e avviarsi con un movimento veloce e deciso, come due felini, in direzione opposta. Gli diedero perfino il tempo di prepararsi, perché giunti a tre metri dalla cassa si fermarono per dare una occhiata fuori ai pali e scegliere la via di fuga. Padrone di quel gioco di sguardi, che durò sei o sette secondi, gli fu sufficiente estrarre la pistola e bloccarli non appena saltarono sopra il bancone per sopraffare la cassiera che in quel momento credevano distratta e indifesa. In pochi secondi le mani di tutti i camerieri, e anche di qualche cliente presente, li afferravano da qualche parte.

Lo scompiglio era grande. La donna russa, di grande corporatura, sui sessant’anni, fu portata fuori, all’aria aperta, accomodata su una sedia e soccorsa con un asciugamano bagnato e ghiaccio. Intorno alla lapide che ricorda l’opera di carità di Padre Marella si era assemblata una folla che faceva domande e forniva risposte congetturate lì per lì, confondendo i due episodi della mattinata. Il frate, di bruttezza fiabesca, ma da tutti benvoluto, che siede di solito a raccogliere le elemosine sotto di essa, cercava di calmare gli animi e diceva di andare a casa. Tutti parlavano di un tentativo di rapina, qualcuno ripeteva che un extracomunitaria si era messa una mortadella fra le cosce, altri che la donna era stata ustionata e poi stuprata, altri che era la madre di una bambina ebrea rapita. Il signore in grigio, che aveva lasciato l’ufficio per fare la solita spesa alla Coop di piazza Cavour, si era trovato per caso in quell’assembramento. Dato che non gli capitava mai niente di notevole, si mise a fare domande e a ripetere ad altri le risposte. La versione che veniva ripetuta in quel minuto era che dei rom avevano schizzato liquido urticante alla signora russa e cercato di strapparle la collana, ma poi erano stati tutti arrestati.

Non tutti. Petri si era confuso fra il pubblico dentro il locale e si sentiva sicuro, ma il suo aspetto richiamò l’attenzione di un cameriere, che lo guardò con aria interrogativa e disse due parole ad un collega. Petri se ne accorse e uscì in fretta, urtando un terzo cameriere quanto bastava per farlo girare. In strada, tutti erano eccitati ed attenti. Amri, suo nipote, che faceva da palo, gli segnalò con un gesto convenzionale che a destra pareva libero. A sinistra c’era un assembramento attorno ai banchi del pesce. Pochi metri più in là un cameriere gli si mise davanti, con la certezza di avere dietro di sé colleghi pronti ad aiutarlo. Altri uomini lo circondarono e quando lui provò ad aprirsi una via di fuga facendo scattare il meccanismo del coltello a serramanico, e tracciando con la lama un circolo orizzontale, piegato sulle ginocchia, proprio come uno zingaro malvagio rapitore di bambini di qualche fiaba, la folla si ritrasse e si compattò. Correva con la sua faccia da mostro, senza sapere da quale parte fosse meglio fuggire. All’altezza della galleria del Leone un cameriere gli tirò addosso una sedia, ne arrivarono altre due da due parti diverse. Petri e l suo coltello scomparvero sotto un telo di plastica lanciato con destrezza da uno facchino che stava scaricando un camion. La folla eccitata si fece avanti e cominciò all’improvviso il pestaggio. Il signore in grigio, che per caso era finito a tre metri da Petri, si trovò sospinto nella calca che voleva raggiungerlo. Ci saranno state una trentina di persone, quasi tutti maschi, tutti volti verso Petri, tutti eccitati e aggressivi. Improvvisamente il signore in grigio sentì anche lui invaso dalla elettrizzante follia della calca, nuotando in essa a forza di gomiti. Qualche donna curiosa cercava di incunearsi fra le schiene e vedere qualcosa, mentre più avanti si avvertivano movimenti bruschi, colpi, urla. La maggior parte delle donne presenti si erano allontanate e formavano dei capannelli che non perdevano di vista la folla, che aveva un movimento di marea, anche se nessuno capiva bene cosa stesse succedendo. C’erano grida di smetterla, strattoni di una forza panica diversa dalla curiosità che aveva spinto l’uomo in grigio a farsi coinvolgere. 

Due minuti dopo una coppia di agenti di Polizia accorsi in fretta in divisa intervennero, si fecero strada con la necessaria decisione e portarono via di peso Petri sanguinante. Qualcuno gli aveva dato uno schiaffo, qualcuno lo aveva fatto cadere a terra, qualcuno gli aveva tirato un calcio nella pancia, qualcuno gli aveva rotto tre denti dandogli un calcio in faccia. Questo quarto qualcuno era l’uomo in grigio. Nel farlo, si era sentito bene. Sentì o pensò di sentire che i presenti lo approvavano e che gente del genere andava eliminata dalla faccia della terra. Che avrebbe dovuto dargliene due, di calci, e rompergleli tutti, i denti. Andò, tremante, all’osteria a farsi un bicchiere di pignoletto, e poi si avviò verso casa. Petri, col fegato spaccato, morì nove giorni dopo all’ospedale di S.Orsola.